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Ansia e panico…perchè?

Ansia, attacchi di panico, paura di perdita il controllo, sono questi tutti fenomeni molto diffusi, soprattutto ai nostri tempi.
Non starò qui a descriverne i sintomi, l’inquadramento diagnostico o altro… chi ha vissuto queste fenomeni sa di cosa sto parlando e forse cerca tra queste righe una risposta che è negli occhi di chi legge…
Quello che posso dire è che il panico e gli attacchi d’ansia, come molti malesseri della nostra vita, vengono a dirci qualcosa, ci parlano sicuramente di emozioni, forse bloccate, forse non espresse ma che sono lì a raccontare qualcosa a chi le vive.
Quello che spesso sconvolge chi vive queste situazioni è la paura, il corpo che va da sé senza aspettare niente e nessuno, il cuore che batte, i pensieri che scorrono…
In questi casi si tende a cercare rassicurazioni, soluzioni per evitare lo scatenarsi di queste forti emozioni e le connesse reazioni fisiche, si cercano cause, eventi scatenanti.
Questo è normale e tutto sommato serve… ma spesso non risolve, la soluzione quasi sempre è nel vissuto del singolo, nella sua emozione che cerca di dirgli qualcosa e che se ascoltata può aprire un varco nel modo di percepire la propria esistenza o quel determinato evento della sua vita o quel particolare modo di fare che lo accompagna da sempre e che semplicemente non è più in linea con il suo stato attuale.
Dunque questi eventi offrono la possibilità di cambiare qualcosa di capire quanto rispondiamo alle nostre esigenze a noi la scelta di cogliere questa opportunità…

Quando la rabbia esplode…

Vi è mai capitato di assistere ad uno “scoppio di rabbia” da parte di vostro figlio? Quando, ad esempio,  va improvvisamente su tutte le furie per un non nulla rifiutando in ogni modo di ragionare?

In questi casi l’adulto si trova di fronte ad un vera e propria “tempesta emotiva” apparentemente senza senso e per questo difficile da gestire.

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W. Turner “Notte prima del diluvio”

Cosa fare in questi casi?
La premessa è che non esiste un manuale del comportamento perfetto, il nostro manuale sono le nostre risorse interne, le emozioni, l’entrare in sintonia con noi stessi e con l’altro.
In casi come questi, comunque,  ostinarsi a ricercare una logica nell’accaduto può non essere utile.

Il bambino (o il ragazzo) sta reclamando una risposta a suoi bisogni emozionali e rispondere ad un bisogno emozionale con una soluzione pratica aiuta quanto reagire ad un terremoto nascondendosi sotto un tavolo…
In generale entrare in contatto con l’emozione del bambino già di per sé aiuta molto: percepire cosa prova, aiutarlo a dare un nome a ciò che sta sentendo è infinitamente più utile che colpevolizzarlo o portarlo in un labirinto di pensieri alla ricerca del perché.

Talvolta senza consapevolezza, rifiutiamo i sentimenti e le emozioni dei bambini allo stesso modo con cui rifiutiamo le nostre stesse emozioni.
Questo non vuol dire assistere passivamente o non porre limiti anzi! L’invito è ad ascoltare l’emozione, contemplarla e rispondere in base ad essa, questo contatto con l’altro e con noi stessi si tradurrà in un tono di voce diverso (forse più grave o forse più dolce) , in un dialogo più congruo che sorgerà in noi spontaneamente e verrà percepito dal bambino (o ragazzo) come più “reale” rispetto ai suoi bisogni.

W. Turner "Il giorno dopo il diluvio"

W. Turner “Il giorno dopo il diluvio”

Quando i bambini (e non solo loro…) si sentono “accettati” il loro sguardo cambia, la rabbia si placa, accettano il limite semplicemente perché si riconciliano con se stessi in una terra lontana dal giudizio…

Se invece li lasciamo soli, potranno ritrovarsi incastrati in una serie di emozioni e sentimenti caotici e disorganizzati che accentueranno il sentimento di solitudine interiore e infine rabbia verso sé stessi e gli altri.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La dislessia evolutiva

Cosa è la Dislessia evolutiva?

La  documentazione internazionale (DSM-IV-TR e ICD-10) definisce la dislessia evolutiva come un disturbo della lettura che può verificarsi in due ambiti:
Decodifica del testo (decifrare il testo)
Comprensione del testo (può essere variabile ed è legata alla qualità della decodifica)
L’età minima in cui è possibile porre diagnosi è 7 anni (al completamento della seconda elementare) valutando come parametri considerati attendibili  velocità e correttezza di lettura (in riferimento all’età del bambino). Volendo considerare degli indicatori, il primo effetto di questo disturbo è una lettura lenta e stentata caratterizzata da errori di varia natura: visiva, fonologica o lessicale. In sostanza leggere per il soggetto è un compito difficile.

Sono esclusi dalla diagnosi tutti i bambini che presentano un disturbo di apprendimento secondario legato, per esempio, a scarsa stimolazione socio-culturale, problemi neurologici, ritardo di sviluppo, o difficoltà cognitive.
Ad ogni modo la diagnosi è complessa e delicata, soprattutto perchè da essa dipende parte del futuro scolastico del bambino.

Cosa fare quando ci si trova davanti ad un simile problema? Considerare innanzitutto che la diagnosi non è un punto di arrivo e non è un punto di partenza !

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Georg Friedrich Kersting – I bambini alla finestra

La diagnosi è un fatto, che definisce (in base a parametri in continua evoluzione) un fenomeno e gli da un nome, non è una condanna o un marchio indelebile!

Partire da questo approccio, può essere importante perché permette di dedicare maggiore attenzione a come viene vissuta la  situazione, sia dal bambino che da chi gli è accanto.

Talvolta, infatti, quando un bambino presenta una difficoltà oggettiva, manifesta forme di disagio comportamentale che gli servono a negare il problema o ad esprimere la frustrazione derivante dall’insuccesso (scolastico, relazionale ecc…)  un esempio classico è rappresentato dal  bambino che si mostra irrequieto, disturba la lezione, si rende il “pagliaccio” della classe o dal bambino che, al  contrario, si chiude in sé stesso rifiutando ogni relazione.
Molte volte il bambino percepisce la tensione dei genitori e non sa darle un nome, né un senso ed in questo modo la situazione di complica..ma anche il genitore può vivere la situazione con una drammaticità particolare che non gli consente di migliorare di fatto la situazione.

Quindi cosa fare?
In questi casi, risulta opportuno intervenire sul clima di fiducia condiviso, sulla motivazione a superare le difficoltà e sull’ espressione di quella sana forza interiore tipica della psiche sana e così utile in questi casi. Il rischio peggiore infatti è disperdere energie in modalità logoranti quanto inutili…

Un giusto approccio al problema, consentirà di beneficiare di tecniche e strumenti di supporto, molto utili in questi casi e che, se ben utilizzati possono rivelarsi determinanti per lo sviluppo del bambino.

 

 

Quando la lettura non va…

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Vin­cenzo Foppa, Ci­ce­rone bam­bino che legge, 1462–1464 circa, Lon­dra, The Wal­lace Col­lec­tion

I bambini, a volte,  manifestano difficoltà nell’apprendimento della lettura, questa difficoltà è espressa da lentezza, svogliatezza, mancanza di fluidità etc…

Ma quali possono essere le motivazioni psicologiche di un rallentamento nella capacità di leggere?

Bettelheim ci offre una speciale “lettura” di questo fenomeno quando afferma che l’apprendimento della lettura è legato simbolicamente alla capacità di “esplorare, imparare, conoscere”.

In questa ottica la difficoltà di leggere può essere l’ espressione, da parte del bambino, della sua “paura di esplorare il mondo” e di conoscere cose spaventose e terribili, come ad esempio che esistono malattie terribili, che esistono animali pericolosi, che la natura non sempre è benevola, che esiste la morte, la guerra e altro ancora. A volte queste paure si inseriscono in uno scenario di esperienze dolorose, realmente vissute dal bambino, e da cui lui ha dedotto che “meno ne sa e meglio è”.

Scoprire le motivazioni di un tale rifiuto ad apprendere la lettura non è semplice, quello che interessa quì sottolineare è che si può utilizzare questo parallelismo per “aiutare il bambino” a riscoprire l‘arte di conoscere (e leggere), ricollegandosi ad un concetto più ampio e profondo.

Cosa si può fare quindi concretamente?

Seguendo questa trama, come lo stesso Bettelheim ci suggerisce, (sulla base della sua personale esperienza clinica), si può, ad esempio, stimolare il bambino ad “esplorare” la natura portandolo in campagna a studiare i fenomeni naturali, tale contatto offre al bambino la possibilità di superare le sue paure del mondo sentendosi attivo protagonista dell’apprendimento (che è quello che poi di fatto accade nella lettura…)

kids-natureIn tal modo il bambino apprende l’arte di leggere (la natura come i libri) sperimentandosi  parte attiva del processo di conoscenza: ora sarà lui a “decifrare” la natura quanto le “parole”.

Le parole per lui diventeranno frutto della sua capacità di “scoprirle” (avendo ritrovato in sè il desiderio di conoscere)e quindi, lo raggiungeranno dolcemente, senza sconvolgerlo, nel momento in cui lui lo deciderà, esattamente come quando esplora la natura.

 

Bibliografia

Bruno Bettelheim “L’amore non basta” – Ferro Edizioni – 1972

 

Disturbi alimentari infantili: tra cibo ed emozione

Bartolomé Esteban Murillo – Bambini che mangiano uva e melone – 1650/1655

Bambini e adolescenti manifestano sempre più di frequente sintomi legati al modo di alimentarsi, tra i disturbi alimentari più conosciuti abbiamo bulimia, anoressia e “Binge eating” o per meglio intenderci “sindrome da alimentazione incontrollata”, ma non bisogna trascurare altri comportamenti sintomatici quali ad esempio l’alimentazione selettiva (mangiare solo alcuni alimenti). I disturbi alimentari esprimono sempre una difficoltà emozionale che il soggetto vive, questo accade perché il cibo ha per l’uomo anche un valore psicologico, a tal proposito Galimberti afferma:“Per effetto della sua rilevanza simbolica, il cibo diventa spesso l’espressione di numerosi conflitti psichici” (U. Galimberti) Una ricerca recente, pubblicata sull’International Journal of Psycological Studies, ha esaminato la relazione tra lo stile relazionale dei genitori e la risposta alimentare di bambini di età compresa tra 8 e 12 anni in sovrappeso.

Dalla ricerca è emersa una (preoccupante) tendenza dei genitori ad offrire cibo al bambino in presenza di stati emotivi negativi come mezzo per “calmarli”.

Perchè questa tendenza preoccupa?

Perché rispondere allo stato emotivo negativo di un bambino di 8 anni tentando di consolarlo con il cibo significa di fatto ritornare ad uno schema legato alla prima infanzia in cui al pianto si rispondeva offrendo il seno o il latte. E’ come dimenticare d’un tratto gli anni trascorsi, le abilità di linguaggio e di espressione acquisite nel frattempo dal bambino. Il bambino si sente costretto a (o in diritto di…) riattivare uno schema infantile e inadeguato, scatenando una serie di consegue sul piano psichico e comportamentale

Perché il bambino non vive una relazione pienamente soddisfacente: il genitore di fatto non gestisce il problema ma lo sposta e non lo risolve. Questo è solo uno dei tanti scenari che si apre dinanzi ai nostri occhi, ma partendo da questo spunto, che ci offre questa ricerca, possiamo riflettere costruttivamente sugli stili relazionali che utilizziamo con i bambini e non solo…